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Minori immigrati
Il Dossier statistico sull’immigrazione della Caritas descrive come negli ultimi cinque anni il numero degli alunni stranieri sia triplicato e sia aumentato di 30 volte in meno di 20 anni (erano 6104 nell’a.s. 1983-84). La loro concentrazione è più elevata nel Nord Italia, ove si trova il 66,6% del totale; seguono il Centro (23,3%, quota inferiore a quella della sola Lombardia), il Sud (7,0%) e le Isole (3,1%). A livello di province, la maggior presenza di alunni stranieri si ha a Milano (19.166), Roma (11.863) e Torino (7.640); per trovare una provincia del Sud, occorre scendere sino al 21° posto, con Bari (2.292). Il 42,2% degli studenti stranieri frequenta la scuola elementare, il 24,3% la scuola media inferiore, un quinto la scuola dell’infanzia e solo il 13,2% la scuola superiore. L’incidenza degli alunni non italiani sulla totalità degli scolari cresce fino al 3% nelle scuole elementari (con una punta del 6% in Emilia Romagna), si attesta sul 2,7% nelle scuole medie (è il 5,4% in Umbria e il 5,6% nuovamente in Emilia Romagna), riporta un valore vicino alla media nelle scuole dell’infanzia (2,6%, peraltro non incluse nella statisticazione quando sono comunali) e arriva appena all’1,1% nelle scuole superiori (è il 2,9% in Emilia Romagna).
Sono 186 le nazionalità rappresentate sui banchi di scuola e secondo il dossier questo riflette "l’elevato grado di policentrismo etnico che caratterizza l’immigrazione italiana". Queste informazioni ci consentono di conoscere le dimensioni assunte dalla presenza di bambini stranieri in Italia.
La nostra attenzione però, non si soffermerà solo sulle
cifre numeriche ma sarà rivolta principalmente alle particolari condizioni di difficoltà e disagio che connotano lo stato del minore immigrato.
Innanzitutto dobbiamo riconoscere che la costruzione di un’identità definita e stabile appare, ai nostri giorni, un’impresa complessa e impegnativa anche per chi nasce e cresce nel suo paese d’origine. Infatti, a causa di una sempre più veloce globalizzazione è molto diffuso un generale senso di spaesamento,
causato dalla costante messa in discussione dei tradizionali valori culturali e
sociali. Il sentirsi fuori luogo e il percepirsi con un’identità frammentata senza contorni precisi è una condizione comune a molti.
Naturalmente in una realtà qual'è quella attuale,
la persona che emigra si trova in una condizione notevolmente più complessa rispetto agli altri, complicata dal fatto che nella sua terra d’origine e poi nel paese d’arrivo, non ha avuto la possibilità di esperienze familiari, sociali, culturali che gli hanno consentito la formazione e il mantenimento di una propria radicata identità.
Questa è una
situazione ricorrente soprattutto tra i minori immigrati, cresciuti in un
ambiente culturale diverso, con una lingua madre diversa, e con uno status
giuridico diverso, per i quali lo sviluppo di una propria identità personale e
di gruppo è difficile. Si trovano spesso in un circolo vizioso: da una parte
l’identità insicura ostacola la loro integrazione e l’apprendimento, dall’altra
la mancata integrazione e l’apprendimento non soddisfacente ostacolano lo
sviluppo di un’identità sociale solida. Il
minore immigrato, nato nel paese d’accoglienza o qui giunto in tenera età, viene
descritto come sospeso tra due mondi e due culture. Egli infatti può essere
considerato come facente parte della cultura d’origine, privilegiando il senso
della continuità e il legame storico con il paese di provenienza dei genitori,
oppure può essere assunto all’interno della cultura del paese che lo ospita.
Il minore si trova dunque in una condizione che gli impone di dover risolvere al più presto il complicato rapporto con il passato e con il paese d’origine, anche se è nato nel paese in cui si trova a vivere. È un cammino pieno di difficoltà che comporta un insieme complesso e contraddittorio di problemi di ordine sociologico e psicologico. La costruzione dell’identità etnica dei bambini e delle bambine straniere coinvolge soggetti che appartengono a mondi culturali ed etnici differenti. Ciò implica che, a differenza dei coetanei italiani, ai bambini stranieri o di origine straniera che vivono in Italia, non è concessa la possibilità di avere un’unica identità etnica, proprio perché comunque l’esperienza migratoria, sia diretta che indiretta rappresenta per il minore un elemento di lacerazione identitaria.
Tahar Ben Jelloun definisce i minori immigrati
generation involontarie
(generazione involontaria), e li descrive come: "una generazione destinata a incassare i colpi.
Questi giovani non sono immigrati nella società, lo sono nella vita… Essi sono lì senza averlo voluto, senza aver nulla deciso e devono adattarsi alla situazione in cui i genitori sono logorati dal lavoro e dall’esilio, così come devono strappare i giorni a un avvenire indefinito, obbligati a inventarselo invece che viverlo". Una generazione involontaria che è cresciuta notevolmente negli ultimi anni, nei paesi europei, rendendo il fenomeno di difficile gestione. La scuola, i servizi sociali, la giustizia sono solo alcune tra le istituzioni statali che quotidianamente si confrontano con i nuovi problemi che la crescita di una società sempre più multiculturale comporta. Una generazione involontaria che cresce di pari passo all’insieme di problemi che la caratterizzano e che trovano espressione attraverso manifestazioni quali: il ritardo scolastico, il disagio individuale e familiare, il maggior rischio di devianza sociale.
Come appare evidente
la condizione del minore immigrato è contraddistinta da uno stato di marcata precarietà, che è riconducibile al suo status sociale e psicologico di semi-alterità, uno status che espone alla maggiore probabilità di vivere in un contesto instabile e inospitale e che espone alla maggiore probabilità di incontrare difficoltà, spesso gravi, nel realizzare il pieno sviluppo della propria soggettività.
La precarietà, la condizione psicologica e sociale del minore immigrato o di origine immigrata, sono tratti che sembrano profondamente connessi al fatto che questi soggetti hanno dovuto subire una scelta (quella di emigrare) effettuata da altri, i cui esiti però si ripercuotono principalmente su di essi. Inoltre, sia il minore che è immigrato senza averlo deciso, sia il minore nato nel paese di immigrazione sono ulteriormente chiamati a effettuare un’altra scelta tra:
l’adesione a una cultura maggioritaria che li taglierà per sempre fuori dalla loro storia, rischiando di renderli, di fatto, persone "senza radici", e l’attaccamento a un passato e a una diversità, il cui peso si manterrà ancora nelle generazioni successive. Il peso di questa nuova scelta che grava sui minori non fa che rafforzare la loro condizione di precarietà. Una scelta che non può essere effettuata ma, quasi sempre, è solo subita.
Gli studi psicologici, psichiatrici e sociologici hanno mostrato gli effetti traumatici prodotti dall’immigrazione nei minori che ne sono più o meno direttamente protagonisti. Si è parlato di separazione, di elaborazione del lutto e di processi di rimodellamento identitario, ponendo l’accento sul clima di conflitto interetnico e interculturale in cui essi avvengono. Questi studi hanno anche evidenziato gli
aspetti per così dire "positivi" dell’immigrazione, intesa come evento che mette alla prova le capacità degli individui di superare i traumi che ogni cambiamento, ogni "momento di passaggio" inevitabilmente comporta. Tuttavia, la condizione di benessere del minore immigrato non può essere dedotta solo dall’entità dei traumi che egli è comunque chiamato a dover superare ma anche e soprattutto dalla presenza, oppure dall’assenza, delle caratteristiche di ospitalità e ricettività dell’ambiente in cui egli vive. Il fatto di poter contare su un ambiente stabile, accogliente, stimolante e ricettivo è il presupposto indispensabile di un’accettabile condizione di benessere, a prescindere dalle difficoltà che possono insorgere nella vita di ogni minore e a prescindere dai compiti, anche impegnativi, con i quali egli è chiamato a confrontarsi.
Nell’ambiente che accoglie il minore immigrato un ruolo di fondamentale importanza è ricoperto dalla scuola. Infatti l’inserimento e l’integrazione dei minori avviene principalmente attraverso la scuola che è per bambini e ragazzi lo spazio più ampio e diversificato di socializzazione. Proprio per questo motivo la scuola, negli ultimi anni, ha effettuato notevoli cambiamenti cercando di far fronte a quelle che sono le esigenze di una società sempre più multiculturale.
Hanno preso vita così numerose iniziative interculturali che riguardano scuole situate in tutte le regioni d’Italia. Si rilevano in particolare nella scuola dell'obbligo, dove è iscritta la maggiore percentuale dei bambini di famiglia straniera, mentre sono ancora episodiche nelle medie superiori,
sia perché il numero relativamente contenuto di iscritti non italiani rende meno immediata l'esigenza di avviare percorsi interculturali, sia perché appare più difficile inserire queste attività nella programmazione scolastica. Il rapido aumento del numero di bambini stranieri nella fascia d'età 0-6 anni, inoltre, ha cominciato a stimolare la produzione di progetti interculturali anche nei nidi e nelle scuole per l'infanzia. Una suddivisione degli interventi per categorie può essere la seguente:
- sperimentazione di alcune modalità espressive di altre culture: danze, giochi, cucina, feste; queste proposte riguardano soprattutto le scuole materne ed elementari e spesso prevedono il coinvolgimento dei genitori;
- gemellaggi, adozioni a distanza, scambi epistolari con scuole di altri Paesi;
- il racconto, la fiaba come occasione di confronto delle differenze e delle analogie tra universi fantastici e narrativi appartenenti a diverse culture;
- approcci che collegano l'intercultura all'educazione allo sviluppo e all'analisi della società globalizzata; nei casi più interessanti si parte dal micro (i rapporti interpersonali nella classe, interetnici nella propria città) per passare a analizzare sul piano macro le relazioni tra Paesi, Nord e Sud del mondo;
- studio di popoli e culture. In alcuni casi l'attenzione è mirata alle culture di provenienza prevalenti nella scuola, ad esempio gli albanesi in Puglia, i cinesi nell'area fiorentina e a Milano. In altri casi la proposta di studio riguarda popolazioni lontane nello spazio e nel tempo, come gli aborigeni australiani o gli indiani d'America, ed è intesa come esercitazione a scoprire e valorizzare la categoria del diverso da sé;
- approfondimento di alcuni contenuti nei programmi curricolari (nello studio della storia, ad esempio, le migrazioni, o gli scontri tra arabi e cristiani);
- percorsi di analisi su temi come pregiudizio, razzismo, tolleranza, proposti soprattutto agli allievi delle scuole medie e superiori.
Senza dubbio tutte queste iniziative sono di fondamentale importanza al fine di ottenere un ambiente più aperto ed attento alle esigenze dei minori immigrati, ma la strada da percorrere è ancora lunga, e ciò che dobbiamo sperare è che anche altre istituzioni, oltre la scuola, si impegnino in sempre nuove attività volte a facilitare il complesso processo d’integrazione dei bambini stranieri.
Stefania Modesto
Volontario Servizio Civile
Fondazione “R.
Semeraro”
Cooperativa
“Solidarietà Salento”
Riferimenti bibliografici
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- Demetrio, D. (a cura di), Nel tempo della pluralità. Educazione
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- Demetrio, D. e Favaro, G., Bambini stranieri a scuola. Accoglienza e
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Firenze, La Nuova Italia, 1997.
- Giovannini, G. (a cura di), Allievi in
classe, stranieri in città, Milano, Franco Angeli, 1998
- Perrone, L. (a cura di), Né qui né altrove. I figli di immigrati nella
scuola salentina, Tivoli, Sensibili alle foglie, 1998.
- Zincone, G., Uno schermo contro il razzismo, Roma, Donzelli, 1994.
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