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La violenza
contro le donne
Il tema
della violenza sulla donna sta conoscendo in Italia un momento di accentuata
valorizzazione, smascherando quello stato di sudditanza psicologica e sociale,
ma soprattutto quelle forme relegate per secoli alla sfera privata di abuso, cui
le donne sono soggette “in quanto donne”. L’origine si colloca ancora e
sempre nell’analisi sociale, culturale e politica dei ruoli maschili e
femminili; il sapere fonda le sue radici nell’identità specifica del genere
femminile, storicamente relegata dalla millenaria cultura patriarcale. Un sapere che è
riuscito nel tempo a permeare e trasformare la realtà costruendone una nuova,
dove la soggettività femminile ha trovato “spazio e
voce”.
Nei confronti della violenza subita in
famiglia, in nome di un senso di riservatezza e di difesa dell’immagine esterna
dell’istituzione familiare, è sempre esistita nella nostra cultura una forma di
inibizione che ha portato a negare o sminuire il fenomeno e persino ad
ostacolare iniziative, anche legislative, volte ad interferire nella sfera del
privato. Se ne ricava l’esistenza, nella donna, di una debolezza e di una
ricerca di appoggio non trovato o non fornito né dal contesto familiare né da
quello sociale. Non bisogna comunque sottovalutare la violenza che si esplica
con forme di sopraffazione più complesse e nascoste da parte dell’uomo nel
legame matrimoniale o di coppia, tali da ridurre la donna stessa ad un “essere”
che non ha alcun potere decisionale o di scelta.
La donna vittima di violenza deve essere
riportata alla consapevolezza di se stessa e della sua dignità, e quindi aiutata
a vincere la stato di soggezione nei confronti dell’offensore, la vergogna di
far conoscere le violenze subite, l’ansia derivante dalla riprovazione sociale.
Per consentire ad ogni donna di affrancarsi da situazioni di violenza familiare,
occorre incoraggiare, sul piano legislativo nazionale e regionale, tutte
quelle iniziative di assistenza pubblica che offrono aiuti specifici e concreti,
come i consultori familiari, strumento indispensabile di sostegno e di
coordinamento, poco considerato e che rischia di essere fagocitato
dall’assistenza familiare. La costituzione di consultori va letta come il
sintomo di un interesse crescente per un più elevato funzionamento del sistema
delle relazioni sessuali e familiari e di una nuova sensibilità
nell’impostazione dei rapporti uomo-donna, in quanto i servizi territoriali
possono penetrarvi più facilmente e percepire le situazioni a rischio.
Dai rilevamenti statistici risulta che le
donne che si rivolgono ai servizi socio-sanitari pubblici provengono spesso
dalla classe operaia, mentre quelle donne che appartengono alle classi
privilegiate ( economicamente indipendenti, con un alto livello di
scolarizzazione ) si rivolgono ai servizi privati, al proprio medico di famiglia
o ad un avvocato, in quanto tendono a considerare la violenza domestica un fatto
privato tra marito e moglie da mantenere all’interno delle proprie mura. Il
danno prodotto è tanto più irreversibile quanto più esiste consanguineità e
prossimità tra aggressore e vittima e quanto più la vittima è isolata da una
rete relazionale, perché tarda, in questo caso la possibilità della rilevazione
ed il conseguente aiuto.
Molti centri nascono come organizzazioni di
volontariato, dove le donne, più o meno consapevolmente, sono alla ricerca di
una funzione “materna”, consolatoria, ed una “paterna”, cercando quell’appoggio,
quella sicurezza che spesso in famiglia non trovano. L’operatrice stabilisce un
rapporto di alleanza e tende a riproporre, nel rapporto con la donna utente, i
propri vissuti, enfatizzandoli o rimuovendoli. Mettendo a disposizione la
propria professionalità, l’operatrice crea metodologie di accoglienza e di
lavoro; spesso la donna perde la capacità di progettare una vita normale per sé
e per i suoi figli, perché rimasta invischiata in un rapporto di dipendenza
psicologica.
E grazie a questa alleanza che si crea lo spazio di movimentazione
delle questioni inerenti alla propria identità femminile e al contempo si lavora
attivamente sul cambiamento reale della situazione individuale. Un andare e
tornare a sé con la possibilità di prendere contatto con il proprio sentire, col
proprio essere donna, figura a tutto tondo che acquista spessore e consistenza.
Attraverso la valorizzazione specifica, la donna sperimenta o risperimenta un sé
positivo, in grado di farle riprogettare la propria esistenza. Ed è proprio
questo processo interattivo tra l’autostima e la stima che costruisce la fiducia
in sé, annientata dalla violenza.
Addentrarsi a gestire il fenomeno della
violenza necessita di formazione e approfondimento per ogni operatore che ne è
investito, proprio perché riguarda un’area del disagio sociale che nasce dal
malessere e si alimenta di effetti-bisogni pluridimensionali.
Strategie ed obiettivi di
intervento
Nonostante il riconoscimento internazionale
del problema della violenza alle donne, in Italia non si riscontra l’esistenza
di direttive o linee d’azione comuni adottate sistematicamente dalle Istituzioni
locali in causa.
Sembra più che necessario dare una maggiore
visibilità e possibilità di confronto a una varietà di iniziative, spesso
minimizzate, al fine di sviluppare obiettivi condivisi di interventi, sgravando
così gli alti costi della diffidenza e la mancanza di fiducia. Sono considerate
azioni prioritarie:
-
le iniziative rivolte a
promuovere la piena partecipazione delle donne nelle strutture decisionali a
ogni livello, con particolare riguardo ai meccanismi istituzionali che possono
consentire il rafforzamento di una prospettiva di genere nel contesto politico e
sociale;
-
la creazione di una
rete di supporto, grazie al coinvolgimento di personale
qualificato;
-
la prevenzione della violenza e il sostegno alle donne che la subiscono, attraverso la promozione di
centri e la partecipazione di ampi strati sociali e
professionali;
-
i seminari di
sensibilizzazione e le campagne informative, capaci di mettere in atto progetti
operativi efficaci;
-
la sensibilizzazione e
la formazione degli operatori dello sviluppo;
-
un dibattito, non solo
virtuale, che permette alle donne di avere forza e argomenti in più per incidere
sugli orientamenti dell’opinione pubblica e sul senso comune.
-
lo
sviluppo di sinergie
tra l’azione locale e quella a livello nazionale, ponendo come priorità la loro
integrazione.
La metodologia di intervento sperimentata e
consolidata, ha prodotto risultati positivi ed evolutivi nella vita di molte
donne, facendole recuperare dignità, benessere, salute e libertà.
Un cambiamento nel vissuto, nel parlato, in
rapporto con il mondo.
“[…] Intraprendere il viaggio che ci porta a riappropriarci di ciò che
è più nostro, femminile, specifico
della razza delle donne, non è faccenda da poco. Significa
disattendere le immagini di un io collettivo che ha
dalla sua migliaia di anni, frantumare strati di rimozione,
ricercare un identità che non sia più o non solo, la
rappresentazione del desiderio maschile […]. Anche per noi non ci
sono verità assolute: sofferenza, disagio
e
sintomi sono lì a ricordare con il loro moto spiralico, che la consapevolezza
profonda, non ideologica,
tiene insieme le diecimila cose della
vita.” ( PINA GIACOBBE
)
Bibliografia essenziale di
riferimento
- Giovanni Battista Traverso, Il comportamento violento sulla donna e
sul minore-norma giuridica, contesto psico-sociale, strategie di intervento
Giuffrè editore Milano
- Romito P., ( a cura di ) Quaderno n°1 Istituzioni e violenza,
documenti sulla lotta contro la violenza alle donne – Regione Emilia
Romagna 2003
- Associazione donne magistrate italiane: La violenza domestica un fenomeno
sommerso- Franco Angeli, 1995
- Materiale della Rete nazionale dei Centri
Antiviolenza
- Linee guida per la valorizzazione del ruolo delle
donne e la promozione di un’ottica di genere nell’aiuto pubblico allo sviluppo
dell’ Italia
Sintesi
Il tema
della violenza sulla donna sta conoscendo in Italia un momento di accentuata
valorizzazione, smascherando quello stato di succubanza psicologica e sociale,
ma soprattutto quelle forme relegate per secoli alla sfera privata di abuso, cui
le donne sono soggette “in quanto donne”. L’origine si colloca ancora e
sempre nell’analisi sociale, culturale e politica dei ruoli maschili e
femminili; il sapere fonda le sue radici nell’identità specifica del genere
femminile, storicamente relegata dalla millenaria cultura patriarcale. Un sapere che è
riuscito nel tempo a permeare e trasformare la realtà costruendone una nuova,
dove la soggettività femminile ha trovato “spazio e
voce”.
Elisabetta Ria
Volontario
Servizio Civile
Fondazione “R. Semeraro”
Cooperativa “Solidarietà Salento”
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